L’etica della professione

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L’etica della professione 2018-01-20T13:11:30+00:00

Questa conferenza è stata inizialmente presentata in occasione di un simposio internazionale tenutosi per commemorare il centenario della nascita di Ostad Elahi, ed è stata successivamente pubblicata in Les Cahiers d’anthropologie, n. 5, Presses de l’Université de Paris-Sorbonne.

La Corte d’Appello è un luogo veramente ideale per affrontare il tema dell’etica e del diritto, perché sottolinea l’importanza che l’etica riveste nelle relazioni giuridiche e sociali. Ostad Elahi, di cui commemoriamo quest’anno il centenario, non ha mai dissociato la sua ricerca personale in materia di etica dalla sua vita professionale di giudice, perché ha sempre considerato la pratica dell’etica come un’estensione della sua professione. Lo scopo di questo intervento è presentare alcuni aspetti del pensiero di Ostad Elahi, personalità ancora poco conosciuta nei paesi occidentali, anche se per ragioni di tempo non ci soffermeremo sulla sua biografia.

Come il Primo Presidente ci ha appena ricordato, la parola “etica” ha diversi significati. Non ci torneremo. È sufficiente qui rilevare che il termine etica deve essere interpretato nel suo senso più ampio, che è quello di una linea di condotta personale che fa riferimento a principi costanti,  prestabiliti ed immutabili, comuni a tutta l’umanità. Forse non è una definizione condivisa da tutti, ma almeno ci permette di individuare l’argomento di questo intervento. Dovremmo soffermarci su due concetti fondamentali del pensiero di Ostad Elahi: il principio del rispetto dei diritti individuali, che in un certo senso si potrebbe considerare una conseguenza diretta della giustizia distributiva, e il principio di equità.

Ostad Elahi esercitò la professione di giudice dal 1933 al 1957 in diverse città dell’Iran, a volte come giudice istruttore, a volte nella veste di pubblico ministero, e infine come presidente della corte d’appello. I giuristi che conoscono la differenza tra la magistratura giudicante e requirente, in un sistema giuridico non accusatorio, potranno apprezzare la visione complementare dei due aspetti del diritto, che Ostad Elahi possedeva. Egli considerava la magistratura come una delle più elevate funzioni sociali, arrivando a dire che vi sono due professioni sacre: quella del giudice e quella del medico. Era sua convinzione che, anche a una semplice lettura di leggi e regolamenti, risultasse chiaro che applicare il diritto è per certi versi più difficile che diagnosticare una malattia. Un giudice, in effetti, non solo deve  valutare una particolare situazione e interpretare i fatti specifici, ma deve anche soppesare i diversi interessi in gioco: quelli immediati delle parti in conflitto, ma anche l’interesse pubblico in generale.

Per di più, l’opera del magistrato va oltre la meccanica applicazione delle leggi, spesso oscure e a volte addirittura lacunose. Nonostante tutto, il giudice ha il compito di risolvere le liti come suo imperativo morale e professionale. Ciò richiede rigore, competenza e serietà, nonché la sincera e costante preoccupazione interiore, se vogliamo, di rendere giustizia con equità e imparzialità. In Ostad Elahi tale preoccupazione interiore è evidente, e i suoi consigli e raccomandazioni a colleghi e amici, sul modo di esercitare le funzioni di giudice, sono un prezioso lascito per ben comprendere questa disposizione interiore. Ostad Elahi era solito affermare: «Come un gioielliere esperto che a prima vista sa riconoscere una pietra preziosa, anche un giudice, dopo quattro o cinque anni di esercizio della professione, si accorge immediatamente se la persona accusata è colpevole o meno; ecco perché le sentenze errate sono piuttosto rare». «Beninteso» aggiungeva «questo vale solo per i giudici che si sforzano di essere onesti e integri a ogni costo». Si potrebbe dire che è evidente, ma è molto più facile a dirsi che a farsi!

La formazione professionale di un giudice, d’altra parte, non si limita semplicemente allo studio della giurisprudenza e all’acquisizione delle competenze richieste. Piuttosto, il punto essenziale è soprattutto quello di sviluppare uno spirito o un sentimento di giustizia immanente, poiché è questa la vera qualità decisiva nel guidare il giudice verso una sentenza giusta. Come potete vedere, è anche un imperativo morale elevato. Poiché questo aspetto riguarda l’intenzionalità, si deve prendere in considerazione la facoltà che un giudice ha di correggere gli effetti negativi di una data legge, quando essa rischia di essere eccessivamente rigida e di non adattarsi alle circostanze del momento, se male interpretata o se applicata senza moderazione. È in un contesto del genere che si può valutare in che misura la pratica giudiziaria possa essere un vero e proprio campo di sperimentazione e un autentico metodo di acquisizione dei valori.

Bisogna dire qualche parola sulla giustizia distributiva e i suoi corollari, nel pensiero di Ostad Elahi. Potrebbe apparire sorprendente riuscire a conciliare le due dimensioni della professione del giudice: l’osservanza dell’etica personale da un lato, e l’applicazione della giurisprudenza dall’altro. In realtà, una simile possibilità può apparire come un’utopia, tanto che alcune scuole di pensiero hanno tentato di stabilire una separazione totale tra le due esigenze. Eppure lo scopo della legge non è esattamente quello di rendere a ciascuno ciò di cui ha diritto, e in tal modo far regnare l’ordine pubblico e la giustizia sociale? Non è questa la vera nozione di giustizia distributiva?

Dunque la giustizia distributiva significa: rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto. L’attuazione di una tale giustizia porta al rispetto dei diritti altrui che, per inciso, è uno dei principi generali su cui si fonda il diritto francese. Per giungere alla giustizia ideale, gli esseri umani devono rispettare tutti i diritti, ragione per cui il fondamento della giustizia distributiva è necessariamente di natura metafisica. E qui entriamo nel cuore della questione: in effetti, in virtù della sua esistenza, ogni essere è dotato di diritti fondamentali. Tali diritti intuitu personae creano intorno all’essere umano una sfera che gli altri non possono ignorare.

Di conseguenza, il diritto di ciascun essere si interseca inevitabilmente con gli obblighi degli altri. Ciascuno è tenuto a rispettare il diritto degli altri e l’osservanza di questi diversi diritti richiede la formulazione e l’applicazione di leggi che ne assicurino il rispetto. In tal modo diritti e doveri diventano inscindibili: sono entrambi parte di un rapporto dialettico, che fa capo al medesimo concetto. Uno degli aspetti originali del pensiero di Ostad Elahi, è la particolare importanza che egli attribuisce al rispetto dei diritti di tutti gli esseri – siano essi umani, o animali, o vegetali, o minerali. Non bisogna, tuttavia, confondere tale visione con le tendenze utilitariste e speciste della teoria del diritto; per Ostad Elahi esiste infatti una netta distinzione tra gli esseri umani e gli esseri determinati. Solo gli esseri umani sono dotati di libero arbitrio, che permette loro di compiere scelte che possono dar luogo a errori. Il libero arbitrio è, pertanto, una dimensione irriducibile. In quest’ottica, possiamo comprendere più a fondo il significato della seguente massima di Ostad Elahi: «L’asse centrale della vita in questo mondo si basa su un solo principio: il rispetto dei diritti degli altri». Questo semplice principio è alla base del funzionamento ideale della società, e di tutte le dimensioni di una giurisprudenza che affonda le sue radici in una reale considerazione dei diritti di ciascuno, piuttosto che su un’istintiva mescolanza di buoni sentimenti e nobili emozioni. Naturalmente, questa concezione del diritto è inseparabile da un preciso esame di ogni singola situazione, e ovviamente da un’attenta considerazione della sua complessità e dall’esigenza di un’estrema precisione nel provare i fatti.

Il secondo aspetto che oggi vorrei sottolineare è in relazione al concetto di equità. La rigorosa e instancabile ricerca del giusto, e un’integrità fuori del comune hanno valso a Ostad Elahi il rispetto dei magistrati, degli avvocati e delle parti in causa.

L’equità, per Aristotele, nasce dalla mediazione tra il rigore astratto della legge e il caso concreto in esame, ed è sempre collegata alla pratica, densa di pericoli, del pronunciare una sentenza, una pratica che non può rifarsi solo alla rigidità della legge scritta. Si tratta piuttosto di esaminare ogni particolare situazione in maniera indipendente, e di pesare in maniera minuziosa gli interessi di ciascuna parte, prima di prendere qualsiasi decisione. Dunque, in conformità al senso originale dell’equità, æquitas in latino, questo esercizio è indissociabile da una personale, particolare disposizione di spirito: l’equanimità, ovvero un senso interiore di giustizia, che ci conduce a un punto essenziale, quello della giustizia correttiva.

Tutti noi siamo testimoni del fatto che esistono delle disuguaglianze. È responsabilità del sistema giudiziario – e qui mi riallaccio a quanto espresso dal Presidente Pierre Drai – porre rimedio a queste disuguaglianze, fondamentalmente attraverso la loro compensazione. La linea di condotta di Ostad Elahi illustrava perfettamente questo concetto, proprio per la particolare attenzione che riservava ai diritti dei più bisognosi e dei più deboli, come i minori e gli orfani, che necessitavano della tutela del tribunale. In tal modo la discriminazione, che genera risentimento, mancanza di sottomissione e ribellione, è sostituita da equilibrio e moderazione. Pertanto, come affermava Ostad Elahi, «La miglior linea di condotta risiede senza alcun dubbio nella moderazione». Tale moderazione non va interpretata erroneamente come una forma di compromesso, o di scelta del male minore. Al contrario, è un punto di arrivo che si può raggiungere solo attraverso una purificazione interiore e la perfetta applicazione dei principi fondamentali dell’etica. Oltre alle sue indicazioni sull’equità e la moderazione, Ostad Elahi sottolinea anche l’importanza del sentimento di umanità e di compassione, e questa, forse, potrebbe essere la ragione per cui egli non ha mai emanato una sentenza di condanna a morte, nel corso di tutta la sua carriera di giudice.

Concludiamo con qualche parola sui fondamenti filosofici che hanno portato Ostad Elahi a scegliere di intraprendere la carriera giudiziaria. Una scelta di questo tipo affonda le sue radici nell’interiorità più profonda, nella reale coscienza di un essere umano. Lo studio di tali fondamenti richiederebbe un esame critico della coscienza individuale e della sua natura, e di conseguenza, del significato metafisico degli esseri umani, ma un’analisi del genere richiederebbe un tempo molto più ampio di quello di una singola conferenza.