La carriera di magistrato

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La carriera di magistrato 2018-01-20T12:56:45+00:00

Mentre la maggior parte dei mistici ha abbandonato il mondo per ritirarsi a vita contemplativa, Ostad Elahi ha fatto esattamente il contrario: ha rinunciato a una vita preordinata, vissuta in isolamento e interamente dedicata all’ascesi e alla meditazione, per sperimentare un nuovo approccio alla spiritualità, il cui scopo fosse di mantenere una costante attenzione alla Fonte, pur conducendo una vita normale in seno alla società. Pertanto, quando nel 1930 ha assunto un incarico nella funzione pubblica, non solo ha abbandonato uno stile di vita isolato, ma si è anche lasciato alle spalle tutti i concetti del misticismo tradizionale. Questo nuovo contesto gli avrebbe offerto nel tempo la possibilità di espandere il suo sistema di pensiero e di mettere alla prova i suoi principi etici.

Ripensandoci, i dodici anni di pratica ascetica che avevo vissuto prima di entrare nel servizio pubblico, avevano minor valore spirituale di un solo anno passato in ufficio.

Alla nascita di Ostad Elahi, nel 1895, la Persia era governata dai sovrani della dinastia Qajar, che regnavano da quasi un secolo. Dopo la caduta della dinastia Qajar, circa trent’anni dopo, salì al trono Reza Khan. Determinato a modernizzare rapidamente il Paese, egli riorganizzò la pubblica amministrazione sulla base del modello occidentale e promulgò i nuovi codici civile e penale. Naturalmente, ci volle del tempo prima che queste profonde riforme incidessero sui costumi e sui riti di una società ancora sotto l’influenza della dinastia Qajar. Pertanto, all’epoca in cui Ostad Elahi entrò in servizio nella pubblica amministrazione, il Paese era ancora organizzato secondo un sistema sostanzialmente feudale, in cui le famiglie influenti continuavano a rivestire un ruolo preponderante. Le piccole città erano di fatto sotto il controllo di ricchi commercianti e grandi proprietari terrieri, che esercitavano attivamente la loro considerevole influenza per controllare il governo e la magistratura.

Quando ero presidente dei tribunali di Kermân c’erano due grandi famiglie molto influenti, i D. e gli Z.. I D. provocarono gli Z. dando fuoco a uno dei loro frutteti, e questi presentarono una denuncia in tribunale. I D. pagarono una tangente di 24.000 tuma al giudice istruttore perché cancellasse ogni accusa di illecito, e questi pronunciò un’ordinanza di archiviazione motivandola con una pretesa “insufficienza di prove”. Gli Z. ricorsero in appello e alla fine la pratica arrivò sulla mia scrivania. Dal momento che le prove a sostegno del loro ricorso erano inequivocabili, annullai l’ordinanza del giudice istruttore e feci riaprire il caso. Il giorno dell’udienza il palazzo si riempì di così tanti membri di entrambe le famiglie che i miei sostituti ebbero paura di assumersi la responsabilità di occuparsi del caso; dissi loro che avrei condotto io stesso il dibattimento. Poiché le circostanze non erano favorevoli affinché io potessi formulare il mio giudizio, rimandai la proclamazione del verdetto al giorno seguente.

La sera stessa, un tale che si chiamava Hadj “S”, ed era un derviscio e un declamatore di  panegirici, venne a trovarmi e mi disse: «I D. mi hanno mandato a dirle che hanno pagato 24.000 tuma al giudice istruttore e che sono pronti a versarle il doppio perché vostro Onore confermi la precedente ordinanza; altrimenti, non solo hanno dei buoni rapporti con i piani alti del Ministero della Giustizia, ma possono agire anche a livello locale». Gli risposi: «Dì loro che non temo né loro né il Ministero, che facciano quello che vogliono, io pronuncerò la mia sentenza». Dopo che se ne fu andato, vennero degli emissari degli Z. per dirmi: «Sappiamo che cosa ha risposto ai D. Noi le offriamo una somma anche maggiore se lei pronuncerà una sentenza giusta». Mandai via anche loro. La polizia, che temeva per quella situazione, a mia insaputa aveva posto delle guardie intorno alla mia casa, per sorvegliarla durante tutta la notte.

Il giorno dopo mi recai in tribunale, dove si era radunata una grande folla di sostenitori di entrambe le fazioni. Pronunciai la mia sentenza e ribaltai l’ordinanza del magistrato, senza che nessuno potesse far nulla. Tuttavia, riuscirono a mettere il giudice istruttore in una situazione d’imbarazzo, chiedendogli il rimborso della tangente che gli avevano versato. Quanto a me, lo convocai e lo rimproverai severamente.

È in tale contesto che Ostad Elahi, nel 1934, cominciò a esercitare le sue funzioni di magistrato, e in queste difficili condizioni lavorò fino al 1957, anno del suo pensionamento. Durante tutta la sua carriera ha dovuto affrontare le pressioni delle famiglie influenti o le raccomandazioni del Ministero della Giustizia, che era sotto l’influenza di quelle stesse famiglie. La sua integrità gli ha impedito di rendersi complice di atti illegali o di pronunciare sentenze contrarie all’etica, e questo gli ha causato numerosi trasferimenti in altre sedi, sempre su istigazione delle stesse famiglie. Tali frequenti trasferimenti hanno reso la vita di Ostad Elahi particolarmente difficile, obbligandolo a separarsi spesso dalla sua famiglia o a portarla con sé in regioni lontane e poco accoglienti.

Quando ero procuratore a Khoramâbâd, c’erano due fratelli, che erano dei ricchi commercianti. Uno di essi era morto lasciando una vedova e cinque orfani (quattro figlie e un figlio). L’altro fratello aveva fatto sposare le due figlie maggiori con i propri figli e preso la vedova in sposa. Rimanevano dunque due figlie e un figlio, che erano minorenni e furono lasciati senza alcuna protezione.

Ogni volta che venivo trasferito in una nuova sede, mi preoccupavo innanzitutto di esaminare i casi che riguardavano i minori. Nel riprendere quella pratica, notai che anche i miei predecessori l’avevano esaminata ma che non avevano mai preso alcuna iniziativa. Riaprii il caso e convocai il commerciante, che era peraltro molto influente. Quando venne da me, cominciò a usare formule ossequiose del tipo: «Sono il suo umile servitore» o «Sono al suo servizio». Fece di tutto per mostrarsi amichevole e caloroso, e poi disse: «Vostro Onore, non vale la pena che perdiate il vostro tempo su questa pratica, non vi è nulla da ridire sulla mia tutela». Gli risposi a mia volta: «Sono dodici anni che lei non fornisce un rendiconto dei beni dei minori che sono sotto la sua tutela». «Ma signore, non vi è alcuna necessità di un rendiconto» mi assicurò, «dal momento che la vedova di mio fratello è ora mia moglie, due delle sue figlie sono mie nuore, e gli altri sono come figli miei. Comunque, obbedirò sicuramente ai suoi ordini e domani le porterò il rendiconto». Tornò il giorno dopo con un grosso pacco pieno di banconote. «Che cos’è questo?» gli domandai. Chinò la testa e disse: «Vostro Onore, è solo un piccolo regalo senza valore, e qui non c’è nessuno, a parte lei e me». «Si sbaglia» gli risposi, «c’è qualcun altro qui, ed è Dio». Compresi allora perché quella pratica era rimasta così tanto tempo in fondo a un cassetto.

Quanto al commerciante, usò tutti i mezzi a sua disposizione – ricevetti anche una raccomandazione dal Ministero di Giustizia, di lasciar cadere quel caso – ma io rimasi inflessibile nella mia richiesta di un rendiconto dei beni dei minori. Alla fine, gli intimai che se non avesse eseguito il mio ordine, ovvero di fornire un rendiconto entro ventiquattro ore, lo avrei fatto arrestare. Quando capì che non vi era alcuna alternativa, chiese che gli fossero mandati dei funzionari per riordinare la contabilità. Inviai quattro impiegati fidati e, dopo un mese di duro lavoro, finalmente riuscirono a redigere il rendiconto. La fortuna che il fratello aveva accumulato con l’eredità degli orfani era astronomica, e quella era solo la parte del patrimonio che gli impiegati erano riusciti a esaminare per il rendiconto. Gli ritirai immediatamente la tutela e restituii le proprietà ai minori. Dio solo sa quanta parte della loro eredità era già stata spesa!

A mio parere, il funzionario che accetta delle tangenti per archiviare un’inchiesta commette un illecito più grave di quello di chi le dà.

Malgrado queste difficoltà, Ostad Elahi rimase nella funzione pubblica per circa trent’anni, ricoprendo progressivamente ruoli più elevati nell’ambito della magistratura, da giudice istruttore presso la corte distrettuale a Presidente di Corte di Appello, fino a diventare procuratore generale della Corte d’Appello penale, l’incarico più alto raggiungibile nella magistratura. In seguito, quando ricordava quel periodo della sua vita e l’influenza che la sua professione aveva avuto sul suo percorso spirituale, concludeva che in un solo anno passato in magistratura, cercando di adempiere alle sue funzioni e amministrare la giustizia, con l’intenzione  della contentezza divina, aveva acquisito una maggiore esperienza spirituale che nei dodici anni di ascesi ininterrotta che aveva intrapreso durante la sua adolescenza e giovinezza.

In entrambi i volumi dei suoi insegnamenti orali Ostad racconta numerosi aneddoti riguardanti la sua carriera giudiziaria. In questi detti, Ostad racconta come fosse entrato in magistratura nonostante la propria riluttanza, il modo con cui esercitava le sue funzioni di giudice, le sistematiche pressioni ricevute, le ragioni del suo pensionamento anticipato. Da un attento esame delle spiegazioni ben circostanziate che emergono in queste opere, si può comprendere a quali prove Ostad si sia esposto, vivendo in società, per sottoporre a costante verifica il suo sistema di pensiero.